Cultura/Liceo/Tempo Libero

Viaggio in Egitto

DSC_0056(di Anna Padovan, 2 LII A) – Scrivo queste pagine con una penna di plastica bianca, con il nome Holiday Inn stampato in verde su un lato. L’ho presa in albergo, al Cairo, dove ho dormito la mia ultima notte egiziana.

Ora che devo riordinare logicamente tutto ciò che ho imparato, i ricordi mi affollano la testa.

 Il mio viaggio inizia con una giornata di aeroporti: prima Milano Malpensa, da dove l’avventura é cominciata, poi quello del Cairo, così smisurato che sono necessari venti minuti in macchina per attraversarlo da parte a parte, e quello di Aswan, nel sud del paese, più contenuto e, al nostro arrivo, quasi vuoto.

Qui, verso le 19 un autista egiziano invita me e la mia famiglia a salire sul suo malconcio pulmino, che profumava di vaniglia e aveva i sedili ricoperti di lana azzurra. Sarà questo singolare mezzo a condurci fino alla “Prince Abbas”, la nave che ci accompagnerà nella crociera.

DSC_0230Il porto distava circa mezz’ora dall’aeroporto e per raggiungerlo abbiamo attraversato prima il deserto al tramonto, uno spettacolo naturale color sabbia umida. Poi ci viene presentata la tipica tangenziale egiziana, punteggiata di buche, granelli di sabbia e donne e bambini che fanno l’autostop, e gridano ai guidatori di fermarsi. Oltrepassata la diga di Aswan, da cui godiamo di una veduta straordinaria sulla città e i suoi dintorni e le coltivazioni che circondano il Nilo, arriviamo in un paesino di periferia. Da qui i miei occhi non si sono più staccati dalla strada. I bambini giravano da soli, al buio, scalzi, e camminavano nella sporcizia. Gli uomini fumavano il narghilè seduti ai tavoli di miseri locali, le donne si sedevano per terra, a lato della strada, con dei pesanti carichi sulle ginocchia. Ovunque aleggiava il fumo degli inceneritori, barili pieni di immondizia che bruciava. Le costruzioni erano sporche, non finite, spesso abbandonate e gli appartamenti parevano capanne.

Regnava il degrado, ma anche la spontaneità. Quella era la loro realtà, la loro quotidianità. Non sembravano tristi, né eccessivamente poveri, ma solo eccessivamente normali. Tutti uguali, nella stessa situazione senza speranza, senza futuro, confinati in una vita di poco e niente, di inconsapevolezza di quanto il mondo possa essere meraviglioso.

Ed eccoci arrivati alla nave. La sua abituale capienza sarebbe stata di circa 120 individui, senza contare l’equipaggio: quel giorno noi quattro dividevamo la barca solamente con altri venti ospiti.

Sono subito rimasta impressionata della gentilezza ed efficienza del personale. Siamo stati accolti con grandi sorrisi, e sempre serviti con estrema puntualità.

Le giornate trascorrevano rapide e avvolgenti come il vento che soffiava sul lago Nasser, che abbiamo attraversato completamente.

Il silenzio regnava sovrano. Le mie attività quotidiane erano la lettura, brevi ma intensi bagni in piscina, ogni tanto studio, e meditazione. Tanta   riflessione sull’Italia in cui vivo, sulla mia vita, i miei amici, le mie parole. Mi sembrava tutto così lontano dall’Egitto, come se fossi abituata a vivere in una dimensione sbagliata, frenetica e materiale. Sembrava che l’Egitto mi ascoltasse attentamente, mi osservasse e mi giudicasse.

DSC_0093Ogni giorno avevamo un diverso programma, che consisteva nello scendere a terra e visitare un tempio antico. Ho avuto modo di ammirare Amada, Wadi-El-Seboua, le sfingi di Es-Subú, ma soprattutto il magnifico Abu Simbel, dedicato a Ramses II.

Qui casualmente, perché non é abituale in quella zona dell’Egitto, quando la nave ha attraccato é scoppiata una tempesta di sabbia. Lo spettacolo ha duplicato la sua bellezza. Il cielo era grigio polvere, il tempo si intravedeva da lontano,  tra le lacrime degli occhi infastiditi dai granelli. L’aria era pesante, quasi difficile da trovare. Ma il tempio era lì, impetuoso e potente, così come doveva essere quando l’hanno costruito.

Questa é stata la nostra ultima visita. Abbiamo poi disceso il lago fino ad arrivare di nuovo ad Aswan, da dove abbiamo preso l’aereo per il Cairo. Ho avuto molta difficoltà nel dire addio alla Prince Abbas. É stata per me una compagna di rivelazioni, meraviglie. Mi ha regalato la spontaneità e la tranquillità di quella parte dell’Egitto.

Al Cairo le cose erano completamente diverse. All’arrivo, alle due di notte, non mi sembrava nemmeno di essere nello stesso paese. Un autista ci ha subito condotto in hotel. Le strade questa volta erano in condizioni migliori, simili a quelle del litorale italiano.

DSC_0256Il mattino seguente, dopo un’abbondante colazione, abbiamo stabilito insieme le tappe: quartiere islamico, quartiere copto, Piramidi e Sfinge.

Il primo quartiere era molto sporco e non c’erano automobili. Siamo subito entrati in una moschea, che era sorprendentemente pulita e curata. Le vie erano affollate, specialmente quella del bazaar, dove tutti gridavano e si spintonavano per cercare di vendere qualcosa. Alcuni esponevano spezie e dolci, altri vesti, sciarpe e magliette di scarso valore. Dall’insistenza dei venditori traspariva una lieve disperazione, come se non vedessero un turista da secoli. E in effetti in Egitto é così. Con il timore delle rivolte civili, l’Italia e molti altri paesi europei impediscono ai cittadini di recarvisi. Non posso dire che sia un timore infondato, ma posso assicurare che con la mia famiglia non sono mai stata esposta a nessun tipo di pericolo.

Il secondo quartiere che abbiamo visitato, quello copto, era molto più tranquillo. É la parte più antica della città, racchiusa da alte mura, dove sorgono le più importanti chiese e conventi. Al suo interno infatti vive la comunità cristiana d’Egitto. É stato interessante osservare quanto le loro chiese fossero diverse, molto meno preziose.

DSC_0298Ci siamo infine spostati alla zona più elevata della città, fino ad arrivare a Giza, dove si trovano le piramidi e la Sfinge. La prima piramide, quella di Cheope, mi ha ricordato l’ordine e la precisione delle cose, ma anche la loro precarietà. Ogni masso venne accuratamente riposto così tanto tempo fa, e miracolosamente é ancora lì, deciso a resistere, anche se sembra possa cedere da un momento all’altro.

La Sfinge invece incute un po’ di timore. Ho provato una strana soggezione vedendola per la prima volta. La sua grandezza, la sua impeccabilità e insieme il mistero riguardo a ciò che racchiude. Tutto mi faceva pensare all’Italia e alle chiesette che spesso troviamo nei quartieri, piccole e modeste, come se volessero comprendere il prossimo, confortarlo.

Ora sono in aereo. L’ultimo che prendo in questo viaggio indimenticabile. Sentirò terribilmente la mancanza del traffico disordinato del Cairo, del profumo del pane egiziano che aleggiava per le strade e quel senso di incompiutezza che, oltre ad agitare, rassicura.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...