Cultura

“Madrid” di Lorenzo Daviddi (3° classificato biennio – concorso letterario)

(di Lorenzo Daviddi, 1a scientifico B) – Era il 20 maggio 2010, un giorno come tutti gli altri, con la scuola, gli amici, i compiti; non c’era niente di particolare, anzi era un giorno cupo, in cui gli uccelli sembravano spariti, come anche la luce del sole.
Io ero a casa, tranquillo sul divano e aspettavo il ritorno di mio papà dal lavoro. Finalmente arrivò con un viso sorridente e felice: iniziai a domandargli che cosa fosse successo, ma non ricevevo nessuna risposta. Dopo qualche istante tirò fuori dalla tasca due biglietti e me li porse. Lessi subito: “Inter Champions League –Madrid-22 maggio 2010”.
Mi immobilizzai, non sapevo che cosa dire, ma mi ricordo bene che l’unica cosa che feci fu saltare addosso a mio padre ringraziandolo.
Subito corsi in camera e mi misi a preparare la valigia, come se la partenza dovesse avvenire a minuti.
I due giorni seguenti furono di grande tensione e attesa, ma finalmente arrivò il fatidico momento.
Ricordo che mi svegliai alle 3,30 del mattino, per prendere l’aereo in partenza dall’aeroporto di Malpensa. Lo scalo, in realtà, quella mattina assomigliava più al terzo anello di San Siro che ad una aerostazione. Bandiere, trombe, cori starnazzanti, un tripudio di nerazzurro dappertutto! Si respirava aria di gloria, eravamo tutti certi di avere la vittoria in pugno, la “coppa con le orecchie” già in bacheca.
Quel giorno partirono decine di voli charter, treni speciali e carovane di auto.
Tutti per Madrid.
madridIl mio viaggio fu incredibile, con accanto un signore non più giovanissimo, che cantò dal decollo all’atterraggio una “compilation” di canti degni del miglior “hooligan”. Di dormire non se ne parlò proprio.
Una volta atterrati a Madrid, la capitale spagnola, realizzai che era ancora quasi l’alba, ma l’eccitazione era tale da non farmi sentire nessun segno di stanchezza.
Salimmo tutti su dei pulman riservati alla tifoseria interista, con destinazione il centro della città.
Arrivati nella piazza principale, la “Puerta del Sol”, incontrammo un gruppo di amici di papà, o meglio un suo amico accompagnato dal figlio della mia età, Eddy, e da un gruppo di improbabili personaggi, che sembrava non parlassero un italiano vero e proprio, ma si esprimessero unicamente in cori da stadio. Insoliti ma sicuramente divertenti.
Gli spagnoli ci guardavano molto divertiti ed era chiaro che si sentivano più vicini ai loro cugini latini che ai nostri avversari, i tedeschi tifosi del Bayern Monaco.
La città era in fermento: ogni volta che due gruppi di interisti si incontravano, sembravano fossero persone amiche da sempre, quasi fratelli, accomunati dalla stessa passione per il calcio, o meglio per la grande Inter.
Probabilmente anche il fatto che non partecipassimo ad una finale di Coppa dei Campioni da decenni accresceva l’eccitazione dei tifosi di una squadra che non aveva certo brillato per risultati internazionali da lungo tempo.
Dopo aver girovagato per la città per qualche ora, esausti ed affamati, ci fermammo in un ristorante tipico, prenotato dall’amico di papà dove, con grande sorpresa, incontrammo mio zio Gianfranco con i miei cugini. Era a pranzo con la moglie di Julio Caesar, il nostro portiere. Pensai che, se avessi messo in campo la signora Cesar, avremmo di certo distratto gli avversari avendo la vittoria in pugno.
Terminato il pranzo a base di tapas, paella di carne e di pesce nonchè crema catalana, ci incamminammo verso lo stadio, il Santiago Bernabeu.
Lo stadio era talmente pieno di persone che si riusciva a stento a muoversi. Sembrava fosse letteralmente spaccato in due parti: gli interisti, tutti con maglietta nerazzurra da una parte, ed i tedeschi del Bayern, in biancorosso dall’altra.
Adrenalina alle stelle e tutti in trepidazione per l’inizio della partita.
I giocatori entrarono in campo, sostenuti dal boato dei tifosi che faceva tremare lo stadio fin dalle sue fondamenta.
La sfida ebbe inizio.
DSC00037Della partita ricordo poco, come se fosse durata solo alcuni istanti, ma non dimenticherò mai una cosa: lo sguardo di mio padre al primo gol realizzato dal “principe” Diego Milito. Aveva le lacrime agli occhi. Mi disse che la sua gioia era dovuta non tanto al gol quanto all’avermi vicino e all’ aver condiviso con me quello che lui non era riuscito a condividere con il suo papà. A quel punto anche i miei occhi si riempirono di lacrime e ci abbracciammo forte.
La partita finì 2 a 0 per noi e la gioia fu immensa.
Rientrammo a casa all’alba del giorno successivo: praticamente trascorsi più di 24 ore senza dormire.
Ero esausto, ma con dentro di me non solo o non tanto la gioia per il successo della mia squadra del cuore, ma quanto per la consapevolezza di aver condiviso insieme ad una persona che amo un momento indimenticabile per entrambi. Un momento che porterò con me per tutta la vita e, spero, potrò un giorno rivivere con i miei figli.

Grazie papà.

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