Cultura

“Il filo” di Benedetta Spadaro (2a classificata triennio concorso letterario)

(di Benedetta Spadaro, 3a scientifico B)

Caro diario,

qualche giorno fa ho sentito il bisogno di recarmi in quel luogo che mi è così familiare, e ora anche così estraneo: la mia scuola elementare. Volevo vedere un posto in particolare , un posto speciale, un posto dove ho passato tante ore senza mai annoiarmi: questo luogo così unico ed insostituibile è il grande cortile abitato da alberi ed aiuole in cui ho passato tanti intervalli e pomeriggi della mia infanzia. E così eccomi, oggi, che percorro il lungo corridoio che conduce a quella porta con la maniglia rossa che pesava così tanto non troppi anni fa e che ora, invece, scorre sui cardini leggera e veloce. Apro la porta e in un attimo sono fuori.

Sembra tutto più piccolo, sarà che sono cresciuta io, di certo non si è rimpicciolito il cortile. Però mi tranquillizzo perché oltre al cambio di dimensioni tutto è come lo avevo lasciato.

DSC00061Scendo gli scalini che dall’entrata portano al livello del cortile. Subito a destra c’è il campo da calcio con il tappeto sintetico rosso, forse è stato cambiato perché è più rosso di quanto lo era quando io ero in quinta elementare: è di un bel rosso vermiglio che mette allegria e voglia di giocare. Mi ricordo che un giorno, un giorno di primavera la mia classe ed io stavamo giocando un’agguerrita partita di calcio e … Volevo assolutamente fare goal ed aiutare la mia squadra! Così, in uno slancio di sportività (se così si può dire) rincorsi la palla prima che l’attaccante dell’altra squadra la intercettasse e la calciai più forte che potevo. Purtroppo stavo correndo troppo forte e dopo il tiro scivolai e le mie ginocchia sfregarono sul tappeto rosso lasciandomi delle belle ferite di guerra! Comunque avevo segnato ed in più andavo fiera delle mie ferite perché avevano portato a qualcosa di bello e  utile per la mia squadra. Ora che ci penso non sono cambiata per niente, guardo con soddisfazione ai miei sforzi se mi portano al raggiungimento dei miei obiettivi e quella della partita di calcio è stata la prima volta in cui me ne resi conto.

Cammino verso l’altro lato del cortile dove c’è un albero che pende leggermente da una parte. Spesso mi appoggiavo su quella parte pensando di poterlo far accasciare sempre di più per riuscire a salirci sopra … Il tronco era troppo grosso perché ciò accadesse. Devi sapere, caro diario, che vicino all’albero ci sono dei gradini di pietra grigia su cui mi sedevo quando facevo merenda. Quella merenda era la più buona del mondo: pane, cioccolato ed aria fresca. Mi siedo sugli scalini e mi guardo intorno: subito vedo la magnolia alta e snella e l’ippocastano alto anch’esso, ma un po’ più tozzo. L’ippocastano ha dei semi grandi lucidi di colore bruno che assomigliano molto a delle castagne e per questo vengono chiamati castagne matte. Le maestre dicevano a noi bambini che, se messe in tasca, aiutano a proteggersi dal raffreddore così d’autunno andavamo in giro con le tasche gonfie e il naso sempre colante.

In primavera, invece, fiorisce la magnolia ed oggi vedo che c’è già qualche fiore sbocciato e tanti boccioli. La caratteristica più bella della magnolia erano i suoi petali, noi bambine li adoravamo: quando cadevano li raccoglievamo scegliendo i più belli, quelli più vellutati, quelli con il bordo più tondo. Accadeva quando eravamo molto piccole che aspettassimo con il naso rivolto verso l’alto che cadesse un petalo per riuscire a prenderlo prima che toccasse terra come se il contatto con il suolo lo rendesse meno bello e meno prezioso. È proprio un sentimento innato quello di credere che le cose venute direttamente dal cielo siano più speciali, uniche ed angeliche.

Così mentre guardo i rami più alti della magnolia, vedo la finestra di quella che è stata per cinque anni la mia classe. Era bello vedere il cortile ed il verde dalla classe, soprattutto perché a volte ciò che accadeva fuori era molto più interessante di quello che accadeva dentro. Come quel giorno in cui passò lo stormo di rondini più grande che io avessi mai visto. Era primavera ed esse stavano probabilmente  tornando dai paesi caldi, quando, d’improvviso, si misero a sfrecciare davanti alla finestra compiendo più giri e tornando più volte davanti a noi che ammiravamo lo spettacolo abbandonata la lezione insieme alla maestra e schiacciati contro i vetri. Ognuno di noi scelse una rondine e non staccò mai gli occhi da quella nonostante la confusione perché alla rondine ed alle sue ali avevamo affidato i nostri sogni da realizzare e da portare ovunque noi volessimo. Come era arrivato così lo stormo se ne andò, ma molto più carico di prima.

Mi muovo lentamente verso l’ultimo angolo speciale del cortile: una piccola grotta di pietra con vasi di fiori ed una Madonnina al centro. Incastonate sulle pareti della grotta ci sono tante conchiglie di forme diverse che stonano a Milano, ma che rendono questo luogo il mio preferito. Guardo ai piedi della Madonnina: ci sono tante margheritine, di quelle che crescono senza che nessuno le voglia, ci avevano insegnato anche a noi a portarle alla mamma di Gesù. In realtà io non lo facevo perché me l’avevano insegnato, ma perché il viso della Madonnina mi pareva meraviglioso e sereno. Che bello, è ancora così.

Ritorno sui miei passi verso l’uscita, salgo gli scalini che portano alla porta con la maniglia rossa e prima di aprire la porta mi volto, guardo e poi rientro nel corridoio.

Giriamo il mondo in cerca di noi stessi, ma allo stesso tempo lasciamo tracce di noi stessi nel mondo, nei posti in cui siamo stati. E ora sento più che mai quel filo trasparente, ma indistruttibile che lega questo cortile a me. È lo stesso filo che lega il luogo al ricordo: il mondo al cuore.

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