Cultura

“Le orme mute” di Ezio Mantegazza (1° classificato triennio concorso letterario)

mantegazza(di Ezio Mantegazza, 5a scientifico A) – Mia madre non calca più il pavimento di questa casa. Il legno non cigola più sotto i suoi piedi. I suoi passi, tra i tanti, non li distinguerò più.
Da che te ne sei andata lo scricchiolio tra queste mura si è fatto di sicuro meno vario.
Era un modo di camminare unico il tuo. Lo annoveravo tra le cose indicibili.
Il tuo passo cambiava di continuo. Ora appoggiavi il tallone, delicatamente, ora lo strisciavi, a volte camminavi più piano, altre sembrava inciampassi. Il tocco del tuo piede smentiva il suo precedente e il successivo, eppure conservava qualcosa, di ritmo o di posa, che lo rendeva inconfondibile. Così indubitabilmente se stesso che non lo seppi mai descrivere.
E pensare che, in anni e anni, ne imparai tuttavia a riconoscere il suono. Così, dalla mia stanza, potevo drizzare le orecchie e subito saperti triste, felice, arrabbiata, stanca.
Com’è strano. Ti appresi ascoltandoti il passo, io, sempre chiuso in quel castello di sogni che era la mia camera, con la porta serrata. Per me era un dolce modo di comunione sentirti attraversare il corridoio. La solitudine faceva silenzio e portava rispetto: non offuscava il rumore di te.
Era come abbracciarti, sentirti vicino, giacché troppo spesso non sapevo farlo davvero. Che stupido, tutte le volte che non ti perdonai il non esserci stata!

Madre, madre mia! Quante volte, dove sei stata? Mi turbinavi nel cuore e poi sparivi come un fantasma. Perché rifiutasti le collane di fiori, su cui le margherite annodai con tanta cura, ad una ad una? Perché mi facesti sentire inutile, provetto pasticcere, quando passavo i pomeriggi a sfornare torte e biscotti, proclamandoti allergica alle uova? Dov’eri quando ti chiamavo, ti pregavo di lavare le stoviglie per tacere le grida di mio padre? Io non sopportavo quelle grida, le odiavo. Era un continuo borbottio ad alta voce su quanto gli stessi facendo del male, ma tu sedevi indifferente ed io provavo a pulire i piatti, pagando il mio dazio al vostro silenzio. E così camminavo piano, piano e più triste, con la mia testa sempre più bassa.

Non ti ho mai capita mamma, né mai ci riuscirò. Di dirti, mi sento così incapace.
È vero che, nel tuo amarci, eri spesso persa altrove. È vero che, nel tuo amarci, combattevi un demone ogni giorno. È stato intenso il tuo amarci, le volte che l’ho sentito, ma, tanti giorni, amarti è stato anche morire.
Sei stata troppo e troppe cose, e altrettante non lo sei stata. Sempre diversa, diversa ad ogni passo.

Quante cose ha significato per me quel passo. La paura che mi aprissi la porta d’estate e mi scoprissi bruciare i sogni, che avevo disegnati sui biglietti di natale.
Ma d’inverno lo attendevo languido, piangendo: speravo che entrassi a consolarmi dagli insulti di qualche rivale. E intanto aspettavo di sentire il legno piegarsi e far rumore.
Quello era il suono felpato che accompagnava la sera, quando ti alzavi dalla sedia e avevi cantato per me una ninnananna o raccontato una storia o lasciatomi un bacio.
Era il cigolio che mi destava al mattino, quando mi svegliavi con le più assurde parole, che forse divertivano più te che tuo figlio.
E qui rimango, con ancora la memoria del tuo dolce pétel, la cosa più cara che ho tra quelle che tu mi hai dato. E forse i miei ricordi parlano una lingua che è la tua e fanno della tua voce la misura di tutte le altre.

Madre mia, sei lontana e distante ora, rivederti è faticoso e difficile. Tu che eri un mistero, ti sei fatta mistero una volta di più. E temo che il perché lo scriverò tra le tante domande che si chiudono con l’interrogativo. I giorni si rincorrono e sto fermo, mentre il sole cammina in una casa più vuota, e intanto mi arrovello sul come mai di un padre e un figlio soli, coi piedi tagliati sui tanti sogni in frantumi.
Tra la rabbia penso quali siano i passi che ti ricordi di me. Forse il primo, quel tonfo che ti diedi nel grembo, noto a te soltanto. All’inizio non l’avrai detto a nessuno: era il nostro primo piccolo segreto.
Magari ti verranno in mente i centimetri arrancati, quando mi alzai in piedi la prima volta. E quando la notte mi faceva timore e pestavo il parquet per farmi sentire? Tu lo sapevi e arrivavi a salvarmi.
Penso i primi anni alle medie, che prendevo da solo il tram per la scuola e tu che mi avvisavi di attraversare con cautela. E non ti han dato forse paura, al liceo, le prime mosse sul quel vecchio motorino?

 Spero tu non abbia dimenticato le domeniche passate nel sole, le piante del giardino e quel caco che fioriva, ma di frutti non ne faceva mai. Quando in tre camminavamo insieme sull’erba e ti rispondevo che desideravo il mare e il vento.
Ma poi posasti la penna, andando a battere un’altra storia a due sole mani, su carta nuova, narrando altre imprese.

Tu lo sai che ti ho vista soffrire, illuminarti e cadere in un tonfo come una stella, ed anche lasciarmi nell’oscurità. Ma mi sei sempre mancata e ora non ci sei.
Se ti chiamo mi dici “l’ho fatto per voi” e sempre mi domando se è vero. Ci rifletto. In effetti ti credo. E tutte le volte che percorro una piazza, o vado per via, inseguendo le labili linee buie dell’esistenza, quando il vento mi scuote, come il più fragile fiore del caso, e il male gocciola freddo sulla mia nuca inerme, quando mi sento inciampare perduto nelle trame del bosco o di una città ignota, tra lingue e genti diverse, penso che in fondo, ad ogni passo, quale sia la strada che camminerò, quel passo saprà un po’ del tuo e quel giorno viaggerò meno solo.

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